Bruno Caccia, la verità è un’altra?

A oltre 30 anni dall’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia le certezze vacillano. E spunta il nome di un possibile “killer”.

Torino-santuariodellaconsolata01Bruno Caccia venne assassinato il 26 giugno del 1983. È una domenica e l’allora procuratore della Repubblica di Torino pensa di lasciare a riposo la scorta per portare a passeggio il proprio cane. Verso le 23:30 un’automobile con due uomini a bordo affianca Bruno Caccia. Dalla vettura esplodono 14 colpi, prima che uno dei due malviventi scenda dall’auto e finisca il procuratore con altri tre spari. Considerando i decorsi e i ritardi della giustizia italiana, il processo non è nemmeno troppo lungo: nove anni dopo, nel 1992, il boss della ‘ndrangheta calabrese Domenico Belfiore viene condannato come unico mandante del delitto.
Che Bruno Caccia fosse nel mirino della ‘ndrangheta è cosa nota. Le sue indagini hanno spesso intralciato i piani dell’organizzazione calabrese, che per questo spinge i suoi sicari fino al Nord Italia, dove non aveva mai operato direttamente. Ma il procuratore è un personaggio scomodo e va fatto sparire: per questo non ci sono dubbi al momento dell’omicidio e quando esce il nome di Belfiore (che una volta disse: «Con Caccia non ci si può parlare») anche i dubbi sul mandante vengono fugati. Peccato che l’esecutore materiale non viene mai trovato.
Proprio quando le speranze sembrano perse, arriva il colpo di scena. Nel 2009 spunta un’intercettazione in cui il Flag_of_Brigate_Rossemagistrato Olindo Canali (indagato e poi assolto nel 2013 per falsa testimonianza) racconta a un giornalista del ritrovamento di una falsa rivendicazione delle Brigate Rosse sull’omicidio di Bruno Caccia. Questo biglietto sarebbe stato ritrovato nella residenza dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, presunto capo della mafia messinese. Nel frattempo si chiariscono anche i contorni della condanna di Belfiore, inchiodato da una confessione registrata di nascosto dal boss catanese Francesco Miano.
Secondo un esposto depositato da Fabio Repici, avvocato della famiglia Caccia, Cattafi sarebbe l’anello di congiunzione tra la mafia catanese, la massoneria e i servizi segreti deviati: «Sono documentate persino le Bruno Cacciariunioni tra emissari di Cattafi ed esponenti del Sisde che hanno come oggetto proprio le indagini sull’omicidio del procuratore Caccia». Il boss messinese sarebbe stato intralciato fortemente dalla indagini di Bruno Caccia, visto il suo piano per controllare gli introiti dei casinò italiani per riciclare denaro sporco. Proprio nell’esposto depositato dall’avvocato Repici si legge il nome del possibile killer: sarebbe un ex sicario legato ai catanesi di Milano, un calabrese di nome Demetrio Latella (detto Luciano) e già indicato come uno dei responsabili del sequestro e dell’omicidio di Cristina Mazzotti, una giovane di Erba uccisa nel 1975. Latella ha confessato il suo coinvolgimento nel caso Mazzotti nel 2008, ottenendo poi l’estinzione della pena in quanto il reato era andato in prescrizione. Forse l’invito dell’avvocato Repici a indagare su Latella non è poi così infondato.

 

articolo di Nicola Guarneri

Vuoi leggere il numero di maggio 2014 da cui l’articolo su Bruno Caccia è tratto? Lo trovi qui!

 

Bruno Caccia, la verità è un’altra? ultima modifica: 2015-04-21T16:46:56+00:00 da info@cronacaedossier.it

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