Antonella Di Veroli, assassinio con l’ipotesi del “terzo uomo”

Nel libro “40 passi” nuovi retroscena sulle indagini e l’ipotesi della pista passionale sulla morte di Antonella Di Veroli

 





Il caso di Antonella Di Veroli ha suscitato molto scalpore quando il 12 aprile 1994 viene ritrovato il cadavere della donna, commercialista di  47 anni, all’interno di un armadio sigillato con cura dall’assassino nell’appartamento della vittima, a Roma. Per compiere il delitto l’assassino le spara contro due colpi di pistola di un’arma calibro 6.35, mai ritrovata, ferendola gravemente; poi la chiude nell’armadio con un sacchetto di plastica in testa, uccidendola dunque per asfissia. Quando muore, la Di Veroli è avvolta in lenzuola e coperte, indossando soltanto un pigiama azzurro. Cronaca&Dossier intervista Mauro Valentini, autore del libro “40 passi. L’omicidio di Antonella Di Veroli” (Sovera Edizioni, 2014), per raccontare le pieghe di questa complessa vicenda, ad oggi annoverata fra i delitti irrisolti.   

 

Mauro Valentini
L’autore Mauro Valentini

Come ogni giallo che si rispetti, anche questa storia inizia con indagini fatte male. Può spiegarci perché?     
«Partiamo dalla più clamorosa. Durante l’autopsia non vengono prese le impronte digitali della vittima. È già questo un primo elemento importante perché non è stato possibile distinguere, sin dall’inizio, le impronte appartenenti alla Di Veroli presenti sulla scena del crimine. Inoltre, sull’anta dell’armadio gli inquirenti trovano i segni di stucco, usato per sigillare le ante, e una macchia di sangue con un’impronta di scarpa. Ebbene, quest’anta non viene repertata ma è solo fotografata. Eppure, nei giorni successivi gli inquirenti perquisiscono casa di Vittorio Biffani, prima sospettato e poi indagato, e sequestrano le scarpe. Ma qui avviene un altro clamoroso errore. Non notano una cassaforte; torneranno poi una seconda volta ma la sequesteranno senza usare i guanti.Un particolare non da poco visto che in quella cassaforte troveranno Residui dello sparo (RDS). Ma il mancato utilizzo dei guanti da parte dei Carabinieri finisce per inficiare il possibile indizio».
Infatti nel libro si pone molto l’accento sulla prova dello Stub, ritenuta uno dei punti centrali di questa vicenda. Perché?         
«All’esame dello Stub ho dedicato un capitolo a parte nel libro. Ad entrambi i principali sospettati, Vittorio Biffani (fotografo) e Umberto Nardinocchi (commercialista che lavora con la Di Veroli), è stata eseguita la prova e sono risultati positivi. Il primo risulta positivo alla mano sinistra, mentre il secondo lo è alla spalla destra».

 




 

Antonella Di Veroli
Antonella Di Veroli

Eppure, la positività al test non è stata sufficiente a trovare l’assassino.   
«Infatti Nardinocchi spiega ai Carabinieri che ha il porto d’armi e che era stato al poligono di tiro pochi giorni prima del delitto. Biffani invece non ha in quel momento alcun alibi convincente. Tanto più se si considera che lo sparo è avvenuto contro la Di Veroli utilizzando un cuscino per attutire il rumore, perciò proprio la mano sinistra dell’assassino sarebbe stata maggiormente coinvolta dai residui».

E qui c’è una sorpresa che ovviamente in questa sede non sveliamo.
«Esatto. Nelle carte processuali che ho consultato c’è un vero e proprio colpo di scena che stravolge completamente le convinzioni della prima ora. Ha a che fare proprio con la prova dello Stub compiuta sui due imputati».
Però nel 1995 al processo finiscono Biffani e la moglie, Alessandra Sarrocco, quest’ultima accusata di tentata estorsione e minaccia nei confronti della Di Veroli.           
«Alla base del rapporto complicato tra Biffani e Di Veroli vi è un debito non saldato. Antonella aveva prestato all’uomo circa 42 milioni di lire, mai restituiti, utilizzando quella circostanza per riavvicinare Biffani a sé. L’ipotesi sostenuta al processo è che Biffani avesse ucciso Antonella Di Veroli con la collaborazione della moglie».

 

Invece nel 1997 e nel 1999, rispettivamente in primo e secondo grado, entrambi sono assolti…
«Infatti non si trovano prove sufficienti a sostenere l’accusa».

 

Analisi impronte digitaliSoffermiamoci proprio sulla figura di Biffani. Sappiamo che disponeva del NOS (Nullaosta sicurezza), concesso dai servizi segreti. Ciò ha destato molti sospetti.      
«Ho analizzato con attenzione la vicenda di Biffani e sono arrivato alla conclusione che in realtà lui non c’entri con la morte della Di Veroli. Anzi, da questa vicenda ne esce molto danneggiato anche economicamente. Dal giorno in cui sui giornali compare la sua foto a tutta pagina per lui inizia un lento calvario. Sulla questione del NOS ho compiuto approfondite ricerche e, in realtà, non deve stupire che Biffani disponesse di tale permesso. In quanto fotografo talvolta aveva bisogno di permessi speciali per portare a termine il proprio lavoro. Dunque nessun mistero.
Tornando agli errori investigativi, crede possa esserci stato dolo da parte degli inquirenti?
«No, a mio modo di vedere si è trattato soltanto di errori».

 

Nel libro si nota il desiderio di riscattare la figura della vittima. È così?
«L’idea centrale è parlare di Antonella Di Veroli e di tutto il mondo che le girava intorno e non certo per amore di gossip. L’obiettivo del mio lavoro è metaforicamente ritirar fuori dall’armadio questa storia, per ridare alla vittima una dignità che penso sia andata perduta».

 




 

 

Polvere di antimonio, una delle tre componenti dei RDS
Polvere di antimonio, una delle tre componenti dei RDS

Perché afferma questo?       
«Perché dopo la morte di Antonella Di Veroli se ne sono dette di tutti i colori. Addirittura ad un certo punto anche la stessa bellezza di Antonella Di Veroli è stata messa in discussione, di fatto dando un’immagine di lei che non corrisponde alla realtà».

 

Ritornando per un attimo sulla scena del crimine, pensa che l’omicidio sia stato eseguito da almeno due persone?           
«No, secondo me ha agito una sola persona e per ragioni passionali».

 

 

Ha un’idea precisa su chi possa essere stato?         
«Credo vi fosse un terzo uomo nella vita di Antonella Di Veroli; un uomo che quest’ultima aveva conosciuto forse solo di recente e per questo motivo nessuno era a conoscenza del loro rapporto. Potrebbe essere stato proprio il “terzo uomo” a ucciderla per motivi passionali. Dunque una presunta verità semplice alla base ma che, come purtroppo spesso accade, le iniziali indagini degli inquirenti fatte male hanno irrimediabilmente complicato».

 

a cura di Pasquale Ragone

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Antonella Di Veroli, assassinio con l’ipotesi del “terzo uomo” ultima modifica: 2016-03-12T16:42:57+00:00 da info@cronacaedossier.it

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