Aldo Moro e l’attacco al cuore dello Stato

«Presidente Aldo Moro, dobbiamo andare. Le macchine sono pronte» e così iniziò il giorno che l’Italia non avrebbe più dimenticato

Aldo Moro
Aldo Moro

Il maresciallo Oreste Leonardi quel 16 marzo 1978 sollecita il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro a far presto. La scorta è schierata e alla Camera attendono il suo arrivo. È un giorno speciale, quello, si dovrà varare il nuovo governo Andreotti che godrà dell’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano, alchimia parlamentare tutta italiana che proprio in Aldo Moro ha il suo mentore principale, convinto com’è che solo l’unità nazionale possa far uscire il paese dalla crisi più socio-economica che politica. Non sono stati giorni facili per l’onorevole Aldo Moro. Lo scandalo Lockheed ha prodotto un’eco fortissima che ha coinvolto lo statista democristiano, accusato neanche troppo velatamente di essere il famoso “Antelope Cobbler” nome in codice del collettore tra governo italiano e il colosso americano fornitore degli aerei. Ne era uscito soltanto tirando fuori gli artigli. «Non ci faremo processare nelle piazze!» aveva tuonato qualche mese prima in un famoso discorso in Parlamento, e per lui (ma non per tutti i suoi uomini di partito) l’assoluzione politica e giudiziaria era arrivata pochi giorni prima, il 9 marzo.

 

La strage in via Fani
La strage in via Fani

Questo giorno così importante inizia poco prima delle 9:00. E per Aldo Moro e per gli uomini della sua scorta finirà 7 minuti dopo, senza arrivare dove tutti li attendono. Sette minuti, il tempo che ci mette il corteo di tre auto, due di scorta e quella con il Presidente al centro per raggiungere via Mario Fani. Allo stop con via Stresa un agguato, un fiume di fuoco uccide i cinque uomini della scorta e incredibilmente, miracolosamente (e abilmente) lascerà illeso l’Onorevole, che viene rapito dal commando e portato in un covo, in una “prigione del Popolo”.

 

 

In alto Oreste Leonardi, in basso da sinistra Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci.
In alto Oreste Leonardi, in basso da sinistra Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci

Una trappola perfetta, con un’auto fornita di targa diplomatica e guidata dal capo delle Brigate rosse romane, Mario Moretti, che inchioda nella discesa costringendo allo stop il corteo dietro di lui. In questo modo dà il via al gruppo di fuoco appostato ai lati della strada composto da sette elementi accertati, e qualcuno forse non conosciuto, che spara, spara centinaia di colpi quasi tutti a segno e che uccidono oltre al fidato Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, gli agenti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, e il brigadiere Francesco Zizzi. Una strage quasi da esperti militari si dirà poi, una scena drammatica per le tre pattuglie giunte per prime sul posto, che trovano i loro colleghi crivellati di colpi e un manipolo di coraggiosi passanti attoniti e avvolti in un silenzio agghiacciante. Roma, l’Italia non era impreparata alla “strategia della tensione” di quegli anni, ma mai si era visto così tanto e mai si era arrivati ad un uomo così importante.

 

Domenico Ricci
Domenico Ricci

Questo era l’annunciato «attacco al cuore dello Stato» come si era letto e si leggerà nei comunicati delle Brigate rosse. Raffaele Fiore, uno dei componenti del commando e più forte fisicamente degli altri, ha il compito di aprire lo sportello dell’auto blu e far uscire senza troppo riguardo Aldo Moro che, diranno alcuni testimoni, non oppone resistenza, probabilmente sorpreso egli stesso di esser rimasto illeso. Insieme a Moretti lo spinge dentro una 132 sempre blu appena arrivata da via Stresa dove era stata nascosta e con alla guida Bruno Seghetti, che farà da autista.

Il gruppo con l’ostaggio prende la via di fuga più semplice, aggirando via Fani per percorrere poi via Trionfale, seguiti da una 128 blu con a bordo Valerio Morucci, leader del commando e della “colonna romana” che insieme al resto del gruppo di fuoco si è attardato per verificare la neutralizzazione dei componenti la scorta per poi prendere delle borse in macchina dell’Onorevole, andando con le macchine contro corrente rispetto alle forze di Polizia che si dirigevano verso il luogo dell’agguato. Passando attraverso due strade secondarie, una delle quali richiese anche la rottura con una tronchesi della catena che ne chiudeva l’accesso con una sbarra, arrivano prima in via Bitossi, dove prendono un furgone sempre Fiat bianco in cui sarà poi chiuso in una cassa il presidente Aldo Moro. Attraverso un percorso tortuoso si arrivò con un ulteriore trasbordo su via Portuense alla prigione di via Montalcini.

 

Targa in memoria della strage in via Fani
Targa in memoria della strage in via Fani

Tutto in poco meno di 35 minuti, con un utilizzo incredibile di mezzi e di auto (alla fine se ne conteranno almeno 8). Una volta posizionato il prigioniero nella cella ricavata nell’appartamento dal retro di una libreria, i componenti si disperdono, chi prendendo il treno per Milano, chi verso il centro della città dove lasciano le vetture parcheggiate in punti prestabiliti. Questa sarebbe stata la dinamica dell’attentato e del sequestro, così come conosciuta finora, ma sulla quale ancora molto si dibatte.

Il resto sembra quasi appartenere al finale di capitolo di un giallo d’autore. Valerio Morucci, un’ora dopo quell’inferno di fuoco che ha contribuito a far esplodere, è già in una cabina telefonica, compone il telefono dell’Ansa e scandisce parole che segneranno l’inizio della più grande crisi della Repubblica italiana: «Qui Brigate rosse. Abbiamo sequestrato il presidente Aldo Moro ed eliminato la sua guardia del corpo, le teste di cuoio di Cossiga. Abbiamo portato l’attacco al cuore dello Stato. Questo è solo l’inizio».

 

articolo di Mauro Valentini

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Aldo Moro e l’attacco al cuore dello Stato ultima modifica: 2016-09-15T20:16:33+00:00 da info@cronacaedossier.it

One thought on “Aldo Moro e l’attacco al cuore dello Stato

  • 26 dicembre 2016 at 13:49
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    Che moro non sia stato colpito , dimostra senza ombra di dubbio e questo lo avrebbe detto chiunque avesse usato un mitra, dal fuoco dell BR è evidente.Chi ha eliminato la scorta a bordo della 130, deve aver fatto fuoco a bruciapelo sui due occupanti , stando a contatto diretto con la vettura e non può aver fatto fuoco a distanza con un’arma che utilizza il principio balistico del fuoco di saturazione m, non di fuoco mirato e chirurgico.Questa è la prima balla che hanno raccontato coloro che affermano che il fuoco venne solo da sinistra e dai quattro mitra , due FNA -B , una M12 e una TZ45, inceppatisi tutti e quindi con tempi di fuoco allungati per il riarmo e la rimessa in funzione.Il resto sarà coerente con questa prima fandonia.

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